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3 octobre 2013 4 03 /10 /octobre /2013 11:31

Il Cronista
I due Libri delle Cronache (letteralmente in ebraico  "Parole dei Giorni" ) ripropongono molte delle vicende già narrate nei due Libri di Samuele e nei due Libri dei Re. Ma non si tratta di una pura e semplice riedizione, come potrebbe apparire a prima vista. Quei libri appartengono infatti alla  Tradizione Deuteronomistica mentre l’autore di questi due libri, definito il  »’Cronista »’, appartiene alla cosiddetta  »Tradizione Sacerdotale », la stessa del primo capitolo della Genesi.

Tale tradizione sorge a Babilonia durante l’Esilio; a differenza del Deuteronomista, essa ha chiaro alla mente un preciso progetto che non è solo storico, ma anche e soprattutto religioso. Infatti il Cronista non si limita ad esporre fatti, come fa il Deuteronomista nella famosa « Successione al Trono di Davide ». Egli seleziona e rielabora i dati allo scopo di esaltare principalmente il Tempio ed il Culto in Gerusalemme, intesa come il cuore stesso della fede e dell’identità di Israele come popolo.

Non a caso, sui 19 capitoli dedicati dal Primo Libro al Regno di Davide, ben 10 sono dedicati al trasporto dell’Arca dell’Alleanza in Gerusalemme ed alle disposizioni del re a proposito della costruzione del Tempio, come se a suo figlio Salomone non fosse rimasto che mettere in atto le disposizioni paterne.

Altri 8 capitoli del Secondo Libro sono poi dedicati all’effettiva costruzione di quella che fu definita l’ottava meraviglia del mondo antico. La storia narrata dal Cronista è dunque in realtà una Storia Sacra, una storia che ruota attorno al Tempio.

Datazione

In 1Cr 29:7 si dice che i capofamiglia delle Tribù d’Israele offrirono tra l’altro « diecimila darici » per la costruzione del Tempio di Salomone. Ma si tratta di un evidente anacronismo: come dice il nome, queste monete furono fatte coniare dall’imperatore persiano Dario I (522-486 a.C.), del quale portavano l’effige. Al tempo di Davide e di Salomone le monete non erano neppure in uso; evidentemente il Cronista trasporta al tempo dei Re un’abitudine corrente alla sua epoca. Questo è uno dei più validi argomenti usato da chi data i Libri delle Cronache al V secolo av. C.

Il secondo argomento si collega a quanto detto nel paragrafo precedente: il Tempio di Gerusalemme è centrale nel libro proprio perché viene additato dal Cronista come simbolo di speranza e di fiducia per gli Ebrei ritornati in Palestina dopo l’esilio, e costretti a vivere tra mille difficoltà materiali e morali.
Ma ci viene in aiuto anche la più vistosa differenza tra il Cronista e il Deuteronomista, e cioè il fatto che il primo ignora totalmente le vicende del Regno Settentrionale, come se non valesse la pena di spendere parole per degli « eretici » che avevano abbandonato la purezza del culto nel Santo dei Santi di Gerusalemme. È probabile che dietro questa scelta ci sia un ben preciso intento polemico: nel IV secolo a.C. i Giudei gerosolimitani (di Gerusalemme) erano in forte contrasto con i Samaritani, insediati dagli Assiri nei territori che erano appartenuti al Regno del Nord.

Fonti
Il Cronista attinge spesso dai Libri di Samuele e dei Re (ciò dimostra che essi sono antecedenti al suo lavoro), talvolta riprendendo alcuni passi quasi alla lettera, ma in 1Cr 29:29 sono citate presunte altre fonti da lui utilizzate per redigere il suo primo libro: gli  »Atti del Veggente Samuele », gli  »Atti del Profeta Natan » e gli  »Atti del Veggente Gad ». Bisogna far notare che i Profeti d’Israele si dividono in due gruppi, i « profeti scrittori » e i « non scrittori ». Dei primi ci sono pervenuti lunghi testi: è il caso di Isaia, Geremia ed Ezechiele. Dei secondi invece non ci è pervenuto nulla: Samuele, Natan, Elia ed Eliseo sono tra questi.

Naturalmente nulla vieta che anche Samuele e Natan abbiano scritto dei propri libri di visioni, che non ci sono pervenuti, ma bisogna ricordare che Samuele morì prima che Davide salisse al trono, ed è dunque assai improbabile che possa aver scritto degli atti del « re Davide ». A quei tempi poi la scrittura era assai meno diffusa di quanto non sarebbe stato all’epoca dei profeti scrittori; considerando anche l’assoluta mancanza di altri riferimenti a questi scritti, è più probabile che si tratti di un espediente letterario del Cronista, che ha voluto dare al proprio scritto un’autorevolezza pari a quella di altri scritti biblici.

Allo stesso modo i Proverbi o il Qoelet sono posti sotto l’egida di re Salomone per accrescerne il valore e la sacralità, un po’ come Alessandro Manzoni sostenne di aver tratto i suoi  »Promessi Sposi » dalla famosa pergamena seicentesca. Questo naturalmente non significa che il Cronista abbia inventato di sana pianta tutto ciò che racconta; egli poteva sicuramente consultare ottime fonti documentarie per noi perdute, in parte diverse da quelle dei Libri dei Re.

Suddivisione del testo

Il Primo Libro delle Cronache descrive le vicende del popolo ebraico dalle origini leggendarie fino all’XI secolo a.C. attraverso delle genealogie, e poi dei re Saul e Davide in forma narrativa;

il Secondo Libro parla solo in forma narrativa, parte dalla morte di Davide (circa 970 a.C.) e giunge fino alla distruzione del regno di Giuda nel 587 a.C. In tutto, i due libri, comprendono 65 capitoli (29 nel primo e 36 nel secondo) che si possono suddividere in diverse parti:

La storia genealogica del Popolo Eletto (1 Cr 1-9); Il regno di Davide (1 Cr 9-21), comprendente sua ascesa al regno (1 Cr 9-12) e le sue imprese vittoriose (1 Cr 13-21); I preparativi per la costruzione del Tempio (1 Cr 22-28); Il regno di Salomone (1 Cr 29-2 Cr 9); La storia del regno meridionale (2 Cr 10-36), comprendente in particolare i regni di Giosafat (2 Cr 17-20), Ioas (2 Cr 23-24), Ezechia (2 Cr 29-32) e Giosia(2 Cr 35-36), cui il Cronista dedica ampio spazio perché riformatori del culto e nemici dell’idolatria.

Differenze tra Libri delle Cronache e Libri dei Re


Non vale la pena di ripercorrere la vicenda capitolo per capitolo, perchè i fatti narrati sono sostanzialmente gli stessi dei due Libri dei Re. Mi sembra giusto però far notare alcune sostanziali differenze. Anzitutto, Davide è presentato come l’effettivo costruttore del Tempio, avendo già preparato tutti i progetti, gli arredi e le suppellettili della grande costruzione; la loro descrizione è condotta con enfasi nel capitolo 22 del Primo Libro delle Cronache, rivelando tutto l’amore che gli antichi Ebrei avevano per tutte le manifestazioni rituali del culto di JHWH.

In realtà i Libri dei Re ci informano che Natan aveva profetizzato a Davide che solo suo figlio avrebbe edificato un Tempio al Signore. Evidentemente ci troviamo di fronte al classico procedimento biblico di riportare gli eventi fino all’origine della storia. Così, il racconto di Caino e Abele (Genesi 4:1-16) presuppone un mondo già popolato (« Chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere », piange sconsolato Caino), ma è riportato dall’autore biblico all’origine del mondo, per dimostrare come l’assassinio sia entrato nella storia umana fin dal principio, come conseguenza del Peccato Originale.

Anche i Libri dei Numeri e del Deuteronomio dedicano largo spazio all’organizzazione rituale del culto, che sarà quello praticato nel Tempio, ma tale organizzazione viene riportata a Mosè in persona, per sottolinearne l’importanza e l’antichità. Ed infine lo stesso Sabato, pratica eminentemente giudaica, viene ricondotta (Genesi 2:2-3) addirittura al riposo di JHWH nell’ultimo giorno dell’Eptamerone della Creazione, dandole un significato addirittura cosmico.

Logico che il Cronista, molto più interessato del Deuteronomista alle pratiche cultuali (a differenza dei Libri dei Re, quelli delle Cronache nominano ripetutamente la celebrazione della Pasqua da parte dei vari sovrani), riporti l’organizzazione del clero e del culto a re Davide, l’iniziatore della grande dinastia del Regno Meridionale, nonché autore dei Salmi, molti dei quali hanno proprio valenza liturgica. 

Il fatto che Davide non poté materialmente costruire il Tempio (22:9) è giustificato con l’affermazione secondo cui egli fu uomo di guerra che si era macchiato di sangue le mani, ed era perciò inadatto a portare a compimento tanto alta impresa. Ritroviamo così conferma del fatto che questa non è vera storia, ma storia ripensata.
Idem dicasi per tutti i successori di Davide (come detto, il regno settentrionale non è neppure preso in considerazione). A re Giosafat (« JHWH governa ») il secondo libro delle Cronache dedica ben quattro capitoli, contro gli appena 11 versetti del Primo Libro dei Re, per via della sua grande e più volte lodata riforma religiosa: anche qui l’intento liturgico è più che manifesto, come manifesto è l’uso di fonti diverse da quelle del ciclo deuteronomistico, che in questo caso poteva fornire ben pochi spunti.

Quanto poi al re Giosia, secondo 2 Cronache 34:6 egli cercò di estendere la sua riforma religiosa anche ai territori del Nord, fino a Neftali, il che ha fatto pensare che egli operò un tentativo di riunificazione politica dei due regni. Ciò fu reso possibile dalla situazione storica dei suoi tempi: l’impero Assiro era ormai giunto al termine della sua parabola, ed era minacciato da ogni parte da Babilonesi, Medi e Persiani. Logico dunque che egli ormai non riuscisse più a controllare le sue province più lontane, come appunto quella di Samaria. Anche in questo caso il Cronista si rivela meglio informato e più ricco di fonti del Deuteronomista. Infine, in 2 Cronache 36:21 sono citati espressamente anche il profeta Geremia e l’editto di Ciro, che invece erano ignoti all’autore Deuteronomista. Ma di questo ne riparleremo.

Le Genealogie


Come si è detto, a differenza dei Libri di Samuele e e e e dei Re, eminentemente narrativi, i Libri delle Cronache si aprono con 9 capitoli di genealogie nude e pure. Il primo versetto del Primo Libro comincia addirittura ex abrupto con una lista di tredici nomi: Adamo, Seth, Enos, Kenan, Malaleel, Iared, Enoch, Matusalemme, Lamech, Noè, Sem, Cam e Iaphet., eminentemente narrativi, i Libri delle Cronache si aprono con 9 capitoli di genealogie nude e pure. Il primo versetto del Primo Libro comincia addirittura ex abrupto con una lista di tredici nomi: Adamo, Seth, Enos, Kenan, Malaleel, Iared, Enoch, Matusalemme, Lamech, Noè, Sem, Cam e Iaphet., eminentemente narrativi, i Libri delle Cronache si aprono con 9 capitoli di genealogie nude e pure. Il primo versetto del Primo Libro comincia addirittura ex abrupto con una lista di tredici nomi: Adamo, Seth, Enos, Kenan, Malaleel, Iared, Enoch, Matusalemme, Lamech, Noè, Sem, Cam e Iaphet., eminentemente narrativi, i Libri delle Cronache si aprono con 9 capitoli di genealogie nude e pure. Il primo versetto del Primo Libro comincia addirittura ex abrupto con una lista di tredici nomi: Adamo, Seth, Enos, Kenan, Malaleel, Iared, Enoch, Matusalemme, Lamech, Noè, Sem, Cam e Iaphet.

Sono i nomi dei patriarchi antidiluviani tratti dal capitolo 5 della Genesi, come ad indicare che il Cronista vuole ritornare alle origini più remote della storia, a partire dallo stesso primo uomo (anche il Vangelo di Luca, capitolo 3, riporterà la genealogia di Gesù fino ad Adamo). In pratica, con nove capitoli di genealogie, tra le quali si rintracciano praticamente tutti i protagonisti del Pentateuco, il Cronista intende riassumere l’intera vicenda storico-religiosa di Israele antecedente all’era monarchica. Un procedimento analogo sarà adottato anche nel Nuovo Testamento da Matteo e Luca, che presenteranno delle genealogie di Gesù per ricollegarlo a tutta la Storia della Salvezza a Lui precedente. I due evangelisti hanno tra l’altro attinto copiosamente agli elenchi del Cronista per compilare le loro genealogie.


Quello genealogico era un vero e proprio genere letterario, in voga presso vari popoli dell’Oriente Antico, seppure con minore frequenza che nell’Antico Testamento.

Le genealogie servono a far riscoprire l’identità stessa di un popolo come nazione, ma anche a legittimare l’accesso a determinate posizioni sociali. Ad esempio, chi voleva essere sacerdote in Israele doveva poter dimostrare, elenchi genealogici alla mano, di discendere da Levi, figlio di Giacobbe e fondatore della tribù sacerdotale. Questo aspetto divenne particolarmente importante nell’era postesilica, a cui abbiamo detto risalire il lavoro del Cronista, quando i Giudei tentavano di ritrovare la loro stessa identità culturale e religiosa dopo lo choc di aver vissuto settant’anni nel bel mezzo del sincretismo e del cosmopolitismo babilonese.

Da Dan a Bersabea

Quest’espressione è usata in 1Cr 2:2 per indicare la totalità del territorio di Israele, secondo un procedimento tipico delle culture semitiche e detto di « inclusione »: indicare le due estremità di una realtà significa indicarla nella sua interezza. Dan (oggi Tel Dan), in ebraico « giudizio », si trova all’estremità settentrionale della Terra di Canaan, presso la sorgente del fiume Giordano, mentre Bersabea (oggi Tell es Saba), in ebraico « pozzo del giuramento », si trova all’estremità meridionale della Giudea. È un luogo rinomato nell’Antico Testamento, essendo teatro di vari eventi all’epoca dei patriarchi (vedi Genesi 21). Da notare che anche nell’Apocalisse Cristo definisce sé stesso « l’Alfa e l’Omega »: un evidente esempio di inclusione, giacché questa espressione viene ad indicare l’intero alfabeto greco, e quindi la totalità del Creato.

L’esilio come « anno sabbatico »


Il capitolo 36 del Secondo Libro delle Cronache parla, come il capitolo 25 del Secondo Libro dei Re, della caduta di Gerusalemme in mani babilonesi; ma, a differenza di quello, conosce la predicazione di Geremia, che rappresentò un vero e proprio punto di riferimento per i Giudei in esilio a Babilonia: «Il re deportò in Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: « Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo nella desolazione fino al compiersi di settanta anni. » » (36:20-21).

Quasi sicuramente la durata di settant’anni non ha valore cronologico, visto che in effetti la deportazione durò 49 anni (dal 587 al 539 a.C.) Ne ha invece uno simbolico, rappresentando tipicamente un tempo compiuto, perfetto, essendo il risultato del prodotto di due numeri perfetti: 7 x 10. Ma perchè perfetto, se Israele era in esilio e privo del Tempio? Normalmente si ritiene che questo periodo di sofferenza e lontananza dalla patria fosse voluto da Dio per fortificare Israele e riportarlo alla fedeltà a Lui. Ciò è sostenuto dall’interpretazione di un passo del Levitico (26: 34-35), evidentemente posteriore alla deportazione a Babilonia: « Allora la terra godrà i suoi sabati per tutto il tempo in cui rimarrà desolata e voi sarete nel paese dei vostri nemici; allora la terra si riposerà e si compenserà dei suoi sabati. Finché rimarrà desolata, avrà il riposo che non le fu concesso da voi con i sabati, quando l’abitavate. »

L’anno sabbatico era quello durante il quale si lasciava riposare la terra, prima di procedere ad una nuova semina. Allo stesso modo, l’esilio del Popolo Eletto permette alla Terra d’Israele di godere del riposo sabbatico che i suoi abitanti le hanno negato, contraddicendo la volontà di Dio. Una vera interpretazione teologica della storia, lontana mille miglia dal concetto che noi oggi abbiamo di storiografia. Eppure è proprio questo che rende così peculiare i cosiddetti « Libri Storici » della Bibbia e, a modo loro, più affascinanti di qualunque opera di Tucidide o di Plutarco.

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