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5 février 2011 6 05 /02 /février /2011 09:54

“la fine di tutte le cose è vicina” -1Pietro 4:7 “noi che viviamo saremo ancora in vita per la venuta del Signore”

 

1Tessalonicesi 4:15 “la venuta del Signore è vicina” - Giacomo 5:8 “Ancora un brevissimo tempo e colui che deve venire verrà e non tarderà” - Ebrei 10:37 “di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi.” - 1Corinzi 10:11 “non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell'uomo”

    

- Matteo 10:23 “vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno” - Matteo 16:28 “Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù.”

 

Apocalisse 22:20 “il tempo è vicino” - Apocalisse 1:3 “il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve.” - Apocalisse 20:6 “Questa è l'ultima ora” - 1Giovanni 2:18 “il tempo ormai si è fatto breve” - 1Corinzi 7:29 “Il Signore è vicino!” - Filippesi 4:3 “il giorno è vicino” - Romani 13:12

    

Bisogna distinguere gli “ultimi tempi” nei quali viviamo, un tempo esteso, dallo spessore teologico, un tempo riempito dalla presenza di Dio, in quanto come dici Dio “è vicino”, ossia ha compiuto il suo movimento di approssimazione, è prossimo nel senso perfetto in quanto si è umanizzato in Gesù cristo, e la rivelazione si è compiuta con mistero pasquale pentecostale, chiusa con ascensione e culminante nel giorno della parusia (ultimi tempi vanno da ascensone a parusia); da “tempi della fine”, che è un lasso di tempo più limitato cronologicamente, che riguardano alcuni specifici eventi che segnalano e anticipano parusia.  

 

Nel NT le due determinazioni non sono sempre distinte: a volte è chiaro il senso teologico che si da alla nozione di tempo, mentre altre volte lo si intende in senso cronologico, per cui sembra ritenersi (certo nella prima predicazione, quella paolina ad esempio) che gli “ultimi tempi” coincindano con “i tempi ultimi” (è vero per altro che da un punto di vista logico non sono in contraddizione).

  

Quando dico che nella letteratura primitiva neotestamentaria e certo in quella paolina si trovano tracce di identificazione tra immanenza della Parusia con prossimità cronologica, faccio appunto riferimetno anche a quel passo che citi (e alcuni altri nelle lettere ai Tessalonicesi). Si avverte nella letteratura paolina un modificarsi ed evolversi del problema.

Non sono esperto in esegesi paolina e la tua domanda, impegnativa come le altre, meriterebbe risposta più dettagliata; ma se ti accontenti, ti rispondo su due piedi in maniera un po’ superficiale, senza mettermi alla ricerca di carte, appunti o articoli vari.

  

Faccio due considerazioni.

    

1. Non sono del tutto d’accordo che san Paolo nel testo citato e in altri sostenga la certezza di essere in vita nel momento della parusia (nonostante anche tanti esegeti sostengano il contrario, a partire da un certo Leon-Dufour). Il passo cui fai riferimento credo che sia 1 Tess, 4, 15 o quello pressochè identico 1 Tess 4, 17.

La traduzione alla lettera non è “ noi che viviamo saremmo ancora in vita alla venuta del Signore.. ecc.”, ma è “noi, i viventi, i superstiti, non precederemo i dormienti alla venuta del Signore… ecc”.


Paolo usa “viventi” e “superstiti” come sostantivi e apposizioni di “noi”, ossia vuole dire (mia esegesi forse grossolana) che : quelli che saranno i supersiti (in relazione a quelli che sono morti), quelli ancora viventi, quelli che si trovano nella situazione in cui ora ci troviamo noi,
non avranno vantaggi sui morti nella parusia.

 

Non vuole mettere l’accento sul fatto che “noi” saremmo ancora viventi, ossia Paolo non vuole fare una mantica predizione su un gruppo ben preciso di persone che ha la certezza di non morire, ma riferirsi alla non differente condizione di trattamento tra viventi e già morti al momento della parusia.

  

A sostegno di questa tesi ti invito a domandarti a chi poteva riferirsi san Paolo parlando di “noi”. Certo a se stesso, probabilmente a Timoteo e Silvano, che associa come mittenti della lettera, ma anche probabilmente anche ai suoi lettori, ossia alla comunità di Tessalonica, destinataria della lettera.

    

Ma è difficilmente sostenibile l’ipotesi che Paolo intendesse dire che tutti coloro che leggono quella lettera e che appartengono alla comunità di Tessalonica in un certo momento ( e quale? al momento in cui la lettera è scritta, o ricevuta?, o letta? Quando?) hanno la certezza di non morire in forza di una specifica promessa rivelata a Paolo da Dio (la comunità è certo missionaria, vi sono sempre nuovi battesimi, nuovi figli, nuovi convertiti). Più facile è l’interpretazione che suggerisco io.

 

2. Va sempre distinta la parola di Dio, dalla categoria culturale in cui è espressa. Più precisamente in quanto la parola di Dio è sempre essenzialmente salvifica e si esprime solo come salvezza, si deve distinguere la azione di salvezza, lato divino, dal problema umano da salvare.


Ai tempi di paolo ad esempio vi è una specifica organizzazione sociale, politica, e anche economica, oltre a tanti abiti religiosi, cui Paolo spesso si riferisce. Questa non è parola di Dio, ma contesto culturale.

Quando Paolo parla di relazioni di rispetto che devono aver i servi nei riguardi del padrone non canonizza la servitù, non canonizza quel modo di produzione e relazione di lavoro presente nell’antichità (direbbe Marx), ma l’accento e l’interessa delle sue parole va sullo stile della relazione di rispetto tra persone (quelle sempre attuale).

 

Più precisamente la parola di Dio è quella che dice in che modo quella forma storica, limitata, umana, sempre in trasformazione, deve essere vissuta in modo evangelico (ma la figura storica è umana e transeunte). Vi sono anche forme culturali dal carattere religioso - abiti pratici e teorie/ convinzioni - che non possono essere attuali per noi, ma che erano praticate dalle prime comunità:

 

Ad esempio la preghiera nella sinagoga dei primi cristiani (specie comunità gerosolimitana). Vi possono infine anche essere delle categorie e percezioni religiose che sono anch’esse storicamente limitate, come quello che potremmo dire - in senso lato e improprio - una specie di “sensus fidei” dell’imminenza della Parusia, comprensibile in quel momento.

 

In questo caso direi che è storico, collocato, umano, lo specifico problema - in questo caso il senso dell’imminenza della fine, questo è il problema umano che solleva la comunità paolina - ma Parola di Dio è quella che riguarda invece non la posizione del problema, ma la sua soluzione, la salvezza dall’oppressione del problema, in questo caso la coscienza, che deriva dalla fede nella misericordia di Dio, che i morti e viventi sono uguali al cospetto di Dio e non avranno sorte différente.

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