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2 mars 2014 7 02 /03 /mars /2014 20:48

Verso la metà del XIX sec. Francia e Inghilterra avevano quasi completamente soppiantato la Russia sui mercati del Vicino Oriente.

Lo zar Nicola I cercava ripetutamente di proporre alle due potenze europee dei piani di spartizione dell'impero ottomano, gravemente in crisi, ma non incontrava mai dei consensi espliciti, poiché si temeva un ingresso dei russi nel Mediterraneo e nei Balcani.

Il pretesto che fece scoppiare la guerra fu trovato in una disputa che divideva il clero cattolico da quello ortodosso nell'amministrazione dei cosiddetti "luoghi santi" di Gerusalemme, a quel tempo sotto il controllo politico turco.

Luigi Napoleone, divenuto nel 1851 imperatore di Francia col nome di Napoleone III, ardeva dal desiderio di rafforzare il proprio trono con una piccola guerra vittoriosa in oriente, e per questa ragione concluse un patto militare con gli inglesi.

Riguardo alla suddetta controversia egli intervenne per primo, andando a rispolverare la Capitolazione del 1740, che poneva sotto tutela francese gli interessi dei cattolici in Palestina.

La Russia, che dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, si sentiva legittima erede della civiltà bizantina, chiese al sultano di poter fare altrettanto coi cristiani di religione ortodossa dell'impero turco, ponendoli sotto la propria protezione.

Questa richiesta, interpretata dai turchi come un tentativo d'ingerenza nei loro affari interni, venne rifiutata, sicché i russi, per tutta risposta, occuparono la Moldavia e la Valacchia, sotto la sovranità ottomana, ma di religione ortodossa.

Lo zar era convinto che i turchi non avrebbero scatenato una guerra per due regioni non islamiche, di scarsa importanza e col rischio, peraltro, di perdere ulteriori e più significativi territori. Era altresì convinto che non sarebbero intervenuti i sovrani d'Austria e di Prussia, suoi stretti alleati.

Non aveva tuttavia considerato che verso l'inizio degli anni 50 Francia e Inghilterra tendevano a coalizzarsi contro l'espansionismo russo e volevano anch'esse egemonizzare i traffici commerciali con l'oriente.

Sicché appena scoppiò il conflitto russo-turco e i russi cominciarono ad avere la meglio (dal 3 luglio al 30 novembre 1853), la flotta anglo-francese entrò nel mar di Marmara (gennaio 1854), pronta a dar man forte ai turchi. Nello stesso tempo venivano intraprese trattative fra i governi inglese, francese, austriaco, prussiano e svedese per realizzare una coalizione antirussa, con l'obiettivo non tanto di por fine allo zarismo, ch'era un solido bastione contro la democrazia, quanto piuttosto di limitarne l'influenza nei commerci con l'oriente e più in generale sui mari.

Le pressioni austriache infatti sortirono l'effetto di indurre i russi a lasciare i Balcani e a concentrare le operazioni belliche nella sola Crimea. La Moldavia e la Valacchia furono occupate dagli stessi austriaci.

I primi contingenti del corpo di spedizione alleato (circa 50.000 effettivi) sbarcarono tra aprile e maggio, ma il 30% di loro fu subito colpito da un'epidemia di colera. Le truppe anglo-francesi alla fine del conflitto arriveranno a circa 405.000 effettivi.

Durante l'estate la flotta anglo-francese attaccò alcune città costiere russe del Baltico, del mar Bianco e dell'oceano Pacifico: erano forme diversive per impedire allo zar di concentrare il grosso delle proprie truppe in Crimea.

L'esercito russo infatti, che disponeva di circa 700.000 uomini, era frantumato su più fronti: Polonia, Austria, Mar Nero, Mar di Azov e Caucaso. In Crimea, nel settembre 1855, i soldati dello zar erano circa 51.000, contro i 60.000 delle forze europee.

I russi non erano in grado di fronteggiare le forze anglo-francesi, per una serie di ragioni tecniche: i vascelli che usavano erano ancora a vela, mentre il nemico li aveva a vapore, per di più protetti da piastre di ferro prodotte dalla nuova siderurgia; non avevano cannoni a canna rigata ma liscia, con una gittata tre volte inferiore; i fucili non avevano l'efficienza (cioè la precisione e la gittata) di quelli del "sistema Minié", con capsula, cartuccia e pallottola;

non usavano la ferrovia per il trasporto delle truppe, dei viveri, delle armi...; non usavano il telegrafo per le comunicazioni; non disponevano di riserve addestrate per il completamento dell'esercito operante; di rilievo, sul piano tecnico, fu soltanto, da parte russa, l'uso delle prime mine marittime.

La ritirata dell'esercito russo convinse le forze alleate ad attaccare Sebastopoli, una base navale militare molto importante.

La città, con un esercito di circa 10.000 uomini al massimo, resistette 349 giorni ai 60.000 che l'avevano posta inizialmente sotto assedio e che arriveranno a raggiungere le 170.000 unità (anche in forza del nuovo alleato:

il regno di Sardegna, le cui truppe giunsero a Balaclava nel maggio 1855). La difesa della città, da parte di semplici soldati e marinai, che suscitò ammirazione in tutta la Russia, fu immortalata dai

Racconti di Sebastopoli di Tolstoj.

L'incapacità dell'esercito russo di passare alla controffensiva portò lo zar Nicola I alla disperazione e probabilmente al suicidio: le trattative dell'armistizio furono prese dal figlio Alessandro II, il quale comunque era riuscito a bloccare le forze alleate sul Caucaso, le quali, a quanto pare, non furono sufficientemente pronte ad approfittare dell'occasione.

A dir il vero lo zar avrebbe voluto continuare la guerra, ma ne fu dissuaso dalle rivolte dei contadini che mal sopportavano il servaggio ancora imperante e che rifiutavano decisamente la coscrizione obbligatoria. Nel febbraio 1856 fu concluso l'armistizio. I delegati di Russia, Austria, Francia, Inghilterra, Turchia, Sardegna si riunirono a Parigi per elaborare il trattato di pace.

L'Inghilterra chiedeva il distacco della Russia dal Caucaso e il divieto di tenere una flotta sia sul mar Nero che sul Baltico. L'Austria invece pretendeva la Moldavia, la Valacchia e la Bessarabia meridionale.

Alla fine prevalsero le proposte della Francia: la Russia garantiva l'indipendenza e l'integrità dell'impero ottomano; su Moldavia e Valacchia, tornate al sultano, si stabiliva un protettorato delle grandi potenze europee; la navigazione delle navi mercantili sul Danubio fu dichiarata libera e a tale scopo si pretese il distacco della Bessarabia meridionale dalla Russia; il mar Nero veniva dichiarato "neutrale", nel senso che alla Russia e alla Turchia si vietava di tenervi una flotta da guerra e basi navali, e in tempo di pace solo le navi da guerra turche potevano attraversare gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo; furono restituiti i restanti territori tolti, durante la guerra, alla Russia; quest'ultima ovviamente doveva rinunciare a qualunque pretesa sui cristiani ortodossi dell'impero turco.

In sintesi si può dire che l'influenza internazionale dello zarismo, quale baluardo della reazione europea, fu notevolmente scossa dalla sconfitta in Crimea. Ormai i nuovi gendarmi internazionali della reazione erano diventati Francia, Inghilterra e Austria.

In Russia la sconfitta dello zarismo aggravò la crisi del servaggio e accelerò la maturazione di una situazione favorevole allo sviluppo del capitalismo.

Nei Balcani la guerra aveva suscitato una nuova ondata di lotte per l'indipendenza dal giogo turco.

Negli anni 1856-61, proprio con l'appoggio della Russia, avvenne l'unificazione dei principati danubiani di Moldavia e Valacchia nello Stato unitario rumeno, che solo nominalmente riconosceva la sovranità turca.

Nizza e la Savoia, due province del Regno di Sardegna confinanti con la Francia, costituirono il compenso chiesto al Piemonte dall'imperatore in cambio del suo intervento.

Queste condizioni, dettate da Napoleone III, vennero accettate da Cavour, convinto che il processo di unificazione nazionale avrebbe avuto tempi più lunghi di quanto pensassero i democratici e tutto il movimento unitario, e che al Piemonte fosse possibile assumere un ruolo dominante nella confederazione italiana.

Da parte francese vi era tutta l'intenzione di porre sotto la propria egemonia gli Stati italiani confederati.

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Salvatore Comisi
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